MILAN – La leggenda di casa Milan, Paolo Maldini, protagonista di una splendida intervista al quotidiano La Repubblica. L’ex capitano rossonero parla del suo ruolo ai margini del club di via Turati e delle chiamate ricevute negli ultimi anni: “Gli ultimi due allenatori hanno cercato di portarmi dentro. Leonardo mi voleva a Milanello: “Anche senza fare niente – mi diceva – solo con la tua presenza”. Ma io gli risposi che non aveva senso presentarmi a Milanello senza un ruolo. Galliani, in presenza di Leo, mi disse che il ds è una figura non esiste più e che il Milan era a posto in quel ruolo. A me sembra invece che ci sia carenza. Allegri, l’anno scorso, mi disse che aveva bisogno di qualcuno che controllasse anche lui: “Paolo, chi mi dice se ho sbagliato qualcosa anche tatticamente e nella gestione dello spogliatoio, che ricade solo su di me?”. Gli serviva uno che avesse la personalità per parlare con i giocatori importanti – con Ibra, con Boateng, con altri – in modo autorevole. E lui pensava che io, col mio passato, potessi farlo. Max mi chiamò quando ero in vacanza negli States, dicendomi appunto che mi voleva parlare, perché aveva bisogno di me per gestire il gruppo. Ci siamo visti, ci siamo sentiti al telefono e io lo avvisai che questo avrebbe potuto rappresentare un problema per lui. Allegri mi disse che aveva parlato con la società e che sembrava tutto ok. Poco dopo, via sms, mi scrisse che mi avrebbe chiamato entro pochi giorni. Era l’ottobre del 2011, non l’ho più sentito. Io non ho mai cercato nessuno, lo ripeto. E’ stato sempre il contrario”. Poi ancora: “Galliani non mi vuole? Può darsi. E’ il dirigente che ha vinto di più ed ha il diritto di scegliere i collaboratori più stretti. Bisogna anche sfatare il fatto che al Milan io sia di famiglia. Da quando ho smesso non mi hanno più cercato. Berlusconi l’ho sentito e visto una sola volta in tre anni e mezzo”. Paolino fa un paragone, amaro, con il recente passato del Milan: “Parliamo del Milan, perché io ho avuto la fortuna di partecipare a 25 anni splendidi. Beh, quando sono arrivato, io ho trovato già una grande base per costruire una grande squadra: grandi calciatori e grandi persone. Berlusconi è arrivato e ci ha insegnato a pensare in grande. Certo, con gli investimenti, perché comprava i migliori. Ma lui ci ha messo la mentalità nuova, soprattutto: Sacchi e l’idea che il club dovesse diventare un modello per il tipo di gioco, per le vittorie. Insomma, si è creato veramente qualcosa di magico, grazie alla personalità di chi già c’era e di chi è arrivato. Poi, a poco a poco, questo si è perso e il Milan si è trasformato, da squadra magica, in una squadra assolutamente normale. E sa perché? Perché – a differenza di tanti grandi club europei con un passato simile, tipo Real, Barcellona e Bayern, dove chi ha scritto la storia della squadra è andato a lavorare lì per trasmettere ai giovani quello che aveva imparato – nel Milan la società stessa ha smesso di trasmettere quel messaggio, al di là degli investimenti. All’interno del Milan attuale non c’è nessuno, tra quelli che ne hanno fatto la storia, ad avere un ruolo non marginale. Come il Bayern? Esatto, ma non solo. Guardi la storia del Bayern e del Real e i ruoli che hanno avuto nel tempo Beckenbauer, Hoeness, Rummenigge, Butragueño, Gallego, Valdano. Anche ai nuovi che arrivano, questa guida e questa magia sono più facili da trasmettere attraverso chi l’ha provata e anche creata. Il Milan è sempre stato una grande squadra, anche ai tempi di mio padre. Ma la grande magia c’è stata per 25 anni. Poi s’è persa”.

La redazione di Milanlive.it