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Milan, l’analisi di Serafini: “Da qualche anno gli obbiettivi dei rossoneri sono cambiati…”

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MILAN SERAFINI – Il noto giornalista Luca Serafini parla così di questo momento di crisi dei rossoneri. In una nota apparsa sul suo profilo ufficiale Facebook ecco cosa leggiamo: “Da qualche anno diciamo che la filosofia, la politica, gli obiettivi del Milan dell’epoca Berlusconi sono drasticamente cambiati. Da quando, nel 2009, dopo 5 mesi di teatrino fu ceduto (per la prima volta nella storia rossonera) il giocatore migliore, Kakà. Persino Fedele Confalonieri disse al “Corriere della sera”, quell’estate, che la vicenda del brasiliano al Real Madrid era stata gestita male. Nel 2010 la solfa è cambiata per scopi elettorali, ma è ripresa subito dopo con il lento, inesorabile depauperamento della rosa: via libera ai senatori, uno dopo l’altro, rimpiazzati con riserve di varie squadre e squadrette pur di sistemare il bilancio. Senza un disegno, senza le opportunità e le intuizioni di un tempo, senza le ambizioni che hanno contraddistinto il club per un quarto di secolo. Per questo ci siamo presi anche dei gufi e dei disfattisti, ci sta nell’umore dei tifosi, ma se un giornalista confessa la sua fede per una squadra, non può limitarsi a celebrarla (eppure il Milan lo ha meritato per 25 anni). Ha il dovere di raccontare come stanno le cose, sempre.

Assediato e percosso dai propri problemi di politica, finanza, vita privata, Silvio Berlusconi si è lentamente, inesorabilmente distaccato dalla vita della squadra, sopportando scelte non gradite come quella dell’allenatore e addirittura ignorando o fingendo di ignorare che l’ultimo capitano venisse sbolognato in malo modo. Sono lontani i tempi dei giri di campo, degli applausi e delle lacrime nei giorni degli addii, riservati persino a mezze meteore come Rivaldo.

Da quando il presidente ha chiuso i rubinetti, Adriano Galliani si è arrabattato stringendo amicizie di comodo con procuratori, presidenti e scaldasedie in tribuna di vario tipo, con gli interessi della squadra chiaramente scivolati in secondo piano. Altrimenti non avrebbe mai potuto parlare di squadra ultracompetitiva dopo che in pochissimo tempo è passata da Nesta, Thiago Silva, Zambrotta, Pirlo, Gattuso, Ambrosini, Seedorf, Ibrahimovic, Inzaghi a Zapata, Constant, Muntari, Emanuelson, Birsa, Silvestre, Zaccardo… E tutti quei grandi campioni se ne sono andati senza applausi, incazzati e perlopiù sbattendo la porta. Con l’avallo non troppo silenzioso di un allenatore evidentemente convinto di far ripercorre i loro fasti da Zapata, Constant, Muntari, Emanuelson, Silvestre, Zaccardo e ora lo straccio del fantasma di Robinho, per far entrare il quale si sacrifica il migliore di centrocampo, Poli, e si arretra il migliore attaccante, Kakà. Segno inconfutabile di uno stato confusionale irreversibile. Non si dica che non è colpa sua se da Nesta si è passati a Zapata eccetera: oltre a mettere il sigillo sulla liberazione di Pirlo e di qualche altro senza pretendere o almeno chiedere qualcuno all’altezza, Allegri ha rifiutato l’estate scorsa altre panchine prestigiose pur di non doversi dimettere.

Fin qui la storia che si conclude con l’assedio della Curva sabato sera, magari se vogliamo nella sera sbagliata visto che l’impegno e le occasioni da rete raccontano di una partita anche un po’ sfigata. Quegli striscioni già pronti sembrava dovessero essere usati per forza, ma comunque era ora che la frangia irriducibile manifestasse civilmente, ma con vigore, il suo malcontento. Il problema è che quando la contestazione riguardò il Milan di Capello, si poté vincere lo scudetto la stagione successiva. Questi qui se li fischi e li insulti, li deprimi ma certamente non ne cavi giocate diverse da quelle che ci propinano ormai da tempo.

Oggi che si sente parlare più dell’esonero della dirigenza che del tecnico, è il momento invece di riflettere bene e ponderare l’unica decisione possibile, con calma e sangue fresco per usare un’espressione ironica di Totò. L’unica decisione possibile a novembre nel calcio è cambiare l’allenatore: con questo la squadra resterebbe scarsa, ma forse avrebbe finalmente un minimo di identità, tradotta in organizzazione, coerenza e infine gioco. E quel “sangue fresco” potrebbe essere la linfa di gente come Cristante e Saponara, o lo stesso El Shaarawy e poi il convalescente De Sciglio, sbandierati come nuovi fenomeni e poi costretti a tribuna, panchina o infermerie più o meno diplomatiche. Impossibile che, anche se inesperti e fragili, siano peggio di chi gioca al loro posto.

Ci vuole qualcuno in grado di ridare autostima a questo drappello di creste e tatuaggi, di dare un’impostazione credibile sfruttando al massimo le qualità e le caratteristiche dei pochi che ne hanno, pungolando almeno il carattere. E’ l’unico modo per riconquistare il sostegno dei tifosi in una stagione con il destino comunque segnato.

La personalità, invece, quella è destinata a rimanere fuori dallo spogliatoio fino a quando Berlusconi o chi per lui non decideranno di riportare a Milanello, oltre che giocatori da Milan, anche uomini da Milan.

La redazione di milanlive.it