Filippo Inzaghi (Getty Images)
Filippo Inzaghi (Getty Images)

Filippo Inzaghi si racconta; intervista esclusiva alla Gazzetta dello Sport nella quale parla dei suoi primi tre mesi da allenatore del Milan, tra sogni, ambizioni, lavoro e difficoltà. Partenza positiva per super Pippo, con 11 punti conquistati in sei giornate, ma il cammino per riportare i rossoneri in Europa è ancora molto lungo.

 
Inzaghi, che cosa ricorda della cena dell’incoronazione ad Arcore?

«Era il 31 maggio. Quella sera le parole del presidente mi emozionarono moltissimo. Si era già capito qualcosa nei giorni precedenti, ma l’arrivo ad Arcore, le frasi, accorgermi che era tutto vero… Beh… Bellissimo. Cenammo guardando l’Italia in tv: lo ricordo bene perché era la partita dell’infortunio di Montolivo».

Da quella sera ha smesso di dormire come le aveva anticipato Antonio Conte…?

«Vero. Ma in realtà anche quando allenavo Allievi e Primavera non è che dormissi molto. Io sono così: vivo la professione in modo totale, sto in piedi durante le partite esattamente come mi capitava nel settore giovanile. Fare il giocatore era più semplice… Adesso cerco di trasmettere la passione, di essere giusto nelle scelte, di mettere il gruppo davanti al singolo».

Lei era un po’ individualista, come è naturale visto il ruolo di centravanti. E’ stato difficile il cambio di mentalità?

«No, perché anche da giocatore mettevo il bene della squadra davanti a ogni cosa. Il collettivo esalta sempre il singolo. So che è impossibile farsi amare da tutti, mi auguro che la correttezza sia apprezzata. Non farò mai una scelta per simpatia».

Quando stacca la spina?

«Mai. Arrivo a Milanello la mattina e me ne vado la sera. Interagisco moltissimo con il mio staff, che ringrazio per la competenza e la passione. A inizio settimana analizziamo la gara appena giocata, poi cominciamo a preparare quella seguente. Per fortuna Milanello è un posto bellissimo, perché io in pratica vivo qui».

Com’è il primo bilancio?

«Sono stati giorni belli, emozionanti, intensi. Faccio un lavoro meraviglioso in una società che mi ha dato tanto. I tifosi mi sono vicini, spero di dare tante soddisfazioni a loro e al presidente. Per fortuna ho trovato un gruppo sano che lavora con grande impegno. Presto crescerà anche l’autostima dei ragazzi: ci vuole il tempo giusto per
immagazzinare ed elaborare tutto».

C’è qualcosa di cui è orgoglioso e qualche errore che non rifarebbe?

«Sono orgoglioso dell’identità del mio Milan: non molliamo mai. Ci batte chi è più forte, non chi ha più voglia di vincere. Un errore? Magari il programma delle amichevoli estive: noi non eravamo pronti e abbiamo sfidato squadre fortissime. Il rischio di una ricaduta sul morale era alto, ma i giocatori hanno reagito benissimo».

Pensa di essere stato preso un po’ come allenatore e un po’ come parafulmine, visto l’amore dei tifosi per lei?

«Il mio rapporto con i tifosi è speciale, ma spero di essere stato scelto soprattutto per le mie conoscenze. L’affetto della gente, comunque, va conquistato ogni partita con l’atteggiamento giusto».

Il suo feeling con tutte le componenti societarie è un collante importante.

«C’è grandissima unità di intenti tra me, Silvio Berlusconi, Barbara Berlusconi e Adriano Galliani. Dopo i pareggi con Empoli e Cesena il presidente riunì la squadra per complimentarsi per il gioco e la voglia: un segnale molto importante per tutti».

Si può essere competitivi senza spendere tanto?

«Mi stimola sapere che la società vive un momento particolare e che io posso lavorare per aiutarla. Ho la fortuna di guidare una squadra che amo. Spero di avere il tempo di lavorare con calma per riportare il Milan ai livelli abituali. Io sono ambizioso, torneremo presto in alto».

Qual è la sua idea di calcio? La particolare composizione della rosa del Milan non aiuta a capirlo.

«Io vorrei una squadra equilibrata che prenda pochi gol. Solo così si cresce e si diventa grandi. Però poi a me piace un calcio offensivo. Per adesso abbiamo il miglior attacco del campionato e ne siamo felici. Aspetto di avere a disposizione tutti i centrali difensivi per migliorare anche dietro».

Quale squadra europea esprime il calcio che vorrebbe fare lei?

«Il Real Madrid, e non solo perché in panchina c’è Carlo Ancelotti. Spesso fa 4-3-3 in fase offensiva e poi 4-4-2 o 4-2-3-1 in fase difensiva. Avere due sistemi di gioco è un vantaggio: un allenatore non deve avere idee immutabili, ma confrontarsi con la rosa a disposizione».

Il Milan gioca meglio senza centravanti puro?

«Non sono d’accordo. Anche Menez è un attaccante e fa il centravanti a modo suo. Io devo essere bravo a mettere Torres, Menez e Pazzini nelle condizioni ideali per rendere al meglio».

Sei giornate sono sufficienti per farsi un’idea: è un Milan da terzo, da quarto, da quinto posto o più giù?

«E’ un Milan da Europa, perché il Milan non può stare fuori dall’Europa. Quindi noi dobbiamo innanzitutto fare meglio dello scorso anno e poi guadagnarci la qualificazione a una coppa. Vedremo poi quale sarà. Dopo la prossima sosta faremo un nuovo bilancio: per adesso siamo soddisfatti pur sapendo che dobbiamo migliorare molto».

Possiamo dire che la Coppa Italia è il primo obiettivo stagionale o la snobberete come fanno di solito le grandi squadre?

«Snobbarla? Per quest’anno la Coppa Italia è la nostra Champions League. Questo deve essere chiaro. Vincere un trofeo è sempre importante, adesso ancora di più».

Honda e Abate sono i giocatori che più di altri hanno tratto giovamento dalla cura-Inzaghi?

«Bisognerebbe chiederlo a loro. Di sicuro si meritano i complimenti ricevuti finora: si allenano seriamente e dimostrano attaccamento alla maglia. Su Honda avevo sentito commenti negativi, ma si è meritato la mia stima in allenamento e partita. Anche su Menez mi sono informato, gli ho voluto parlare e in un minuto ho capito che era desideroso di venire al Milan per riconquistare la stima della gente e la nazionale francese. El Shaarawy, per citarne un altro, sa di avere la mia stima come uomo e come calciatore. Il 4-3-3 l’ho scelto per lui… Lo metterei sempre in campo, ma devo pensare al bene del Milan. E se gioca sempre con lo spirito mostrato nel finale della gara con il Chievo, in panchina ci starà molto poco. A volte per me è davvero difficile scegliere i titolari ed è un ottimo segnale».

Mentre lei da tre anni allena, Del Piero è pronto a iniziare una nuova avventura da giocatore.

«Grande Ale! Lui ha una passione infinita, come me. Vive per il pallone: in bocca al lupo per questa esperienza in India. A dirla tutta, a me è spiaciuto smettere di giocare eh…».

L’avevamo sospettato. E’ anche per questo che lei è l’unico allenatore che vive il riscaldamento della squadra in campo…?

«Non credo di essere proprio l’unico… Però lo faccio perché mi piace vivere subito l’atmosfera della partita e guardare i miei giocatori mentre si riscaldano. Poi se mi viene in mente un consiglio o un suggerimento, posso darlo al volo. Sia chiaro: andrò in campo per il riscaldamento sempre, anche quando magari sarò accolto dai fischi».

 

Redazione MilanLive.it