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Milan, Gattuso: Non volevo sentirmi un gagliardetto. Ho visto il Game Over al Milan

MILAN, GATTUSO – Dopo l’addio repentino giunto ieri pomeriggio alle 16.30, Gennaro Gattuso ha voluto salutare società e tifosi in conferenza stampa a Milanello, ecco le sue parole: “Ringrazio tutti di essere qui, ringrazio l’AC Milan, tutti quelli che lavorano a Milanello, per me è stato un sogno, 13 anni non sono pochi, ho indossato la maglia per cui tifavo da bambino, la vita continua, spero che l’occhio tenga e spero di dimostrare che calcisticamente non sono morto. Ho fatto questa scelta perché ho valutato fosse giusto così, poi vedremo, ho visto anche le scelte dei miei compagni e con la mia famiglia ho deciso così. Si sono chiusi tanti cicli, Maldini, Costacurta, gli Olandesi.. ora è arrivato il nostro turno, spero che gli insegnamenti, il rispetto, l’educazione dello spogliatoio del Milan continui.Non voglio essere un peso per nessuno, la società voleva a tutti i costi che rimanessi ma dentro di me ho sentito che fosse giusto mettersi da parte come stanno facendo anche gli altri, bisogna fare delle scelte nella vita, spero di avere fatto la scelta giusta. Non è un fuggi fuggi, quando hai dato tanto fai delle scelte io qui calcisticamente non potevo dare più niente, mi sentivo vuoto, non sono più quel giocatore battagliero che ero una volta, pensavo che a causa della malattia non potessi più scendere in campo, ora le cose sono cambiate e credo di avere il desiderio di tornare a giocare. Non ho mai chiesto di avere un posto sicuro, di sicuro c’è solo la morte, non ho mai chiesto di giocare a tutti i costi, ho sempre rispettato le scelte del Mister, ho sempre capito i miei errori e ho sempre chiesto scusa. Il posto per noi c’era ma era un posto diverso da quello che penso in questo momento. Non riesco ad accendere il cellulare quindi non ho ancora sentito nessuno. Io lascio quello che Costacurta e Maldini hanno lasciato a me ora c’è solo Ambro, spero che non si perda tutto questo. Spero che l’immagine e il rispetto continuino. Io ho commesso degli errori gravi e me ne pento, non è stata una bella immagine ma so che tutto questo non finirà, la gente che lavora qui sa cosa fare. Quando si indossa la maglia del Milan bisogna vincere e rispettare i valori di cui ho parlato prima. Sta volta nella mia testa è uscito il Game Over, è finito il giochino che è durato 13 anni. Voglio dare ancora tanto al calcio, il game over si riverisce al Milan non alla professione, non me la sono presa perché non ero nella lista Champions, non posso negare che la malattia mi abbia condizionato molto, ora sentivo dentro di me che era arrivato il momento di dire basta e vedendo la conferenza di Nesta mi sono accorto che si era chiuso il ciclo e quindi basta. Spero per il Milan che Ibra Thiago e Boateng rimangano, spero che la società faccia una squadra competitiva, non so in questo periodo di crisi quanto potranno investire. Non so ancora dove andrò, ho due figli, una famiglia, 60 persone che lavorano per me e devo parlare con mia moglie, è lei il capitano di casa, deciderò con lei. Per me Carletto è stato tutto, allenatore, papà, amante calcisticamente, è stato molto più di un allenatore, dicevo sempre che si meritava una statua, per me era un grande, è quello che ci ha fatto fare il salto di qualità, a tratti quella squadra aveva lo stesso rispetto in Europa che ha oggi il Barcellona. Ancelotti non è stato solo l’allenatore di questa squadra, litigavi con la moglie e ne parlavi con lui, è stato l’emblema del Milan, lo stimavi e per lui scendevi in campo per dare tutto, quando preparava la partita non ce n’era per nessuno, ci diceva sempre, con la sua sigaretta in bocca, scendete in campo che la partita ve la faccio vincere io. Non posso dimenticare l’anno scorso, abbiamo fatto un grande campionato e Allegri ha creduto in me ma è totalmente diverso da Ancelotti e infatti le storie sono diverse, anche lo spogliatoio era molto diverso. Quando l’ho detto ai compagni sono rimasti scioccati e delusi, ho deciso un mese fa e non avevo detto niente a nessuno, in questi anni mi hanno sopportato, penso di essere pesante, sono peggio di Ibra. Mi sentivo una mascotte, un gagliardetto, l’ho sentito dire tante volte che sono importante per lo spogliatoio, una, due e tre volte poi basta, io sono un giocatore questo non mi va. All’Inter e alla Juventus non andrei mai nemmeno se mi volessero, non mi vogliono loro ma io non ci andrei, già vedo che domani qualcuno dirà “ma chi lo vuole!”, per l’amore che ho per il Milan non andrei mai. Adesso vado a fare questa avventura a Coverciano per diventare allenatore poi vedremo. Sono tanti anni che non vado a casa in Calabria dai miei, sono arrivato che ero un bambino, gli anni passano anche per loro, sicuramente mi fermerò a vivere qui a Gallarate poi vedremo. La sconfitta oiù brutta? A Istambul ho visto tutti i santi del Paradiso, avevo gli incubi, mi svegliavo festeggiando e poi mi accorgevo della sconfitta. La vittoria contro la Juve in Champions nel 2003 è stata più di una vittoria. Il mio sogno sarebbe tornare da dove sono venuto, a 19 anni sono venuto via, ero uno sconosciuto quando sono arrivato nel calcio scozzese, la mamma di mia moglie vive a Glasgow e sarebbe bello tornare lì ma il momento per loro non è facile, mi pare abbiamo 120 milioni di euro di debito, sono loro che mi hanno permesso di diventare un mezzo giocatore, ma non sarà facile”

 

Arianna Forni, Direttore – www.milanlive.it