EDITORIALE MILAN RAZZISMO BOATENG BUSTO – Una banale amichevole di inizio anno organizzata per smaltire il panettone ingurgitato nel corso delle feste natalizie. Pro Patria – Milan non aveva l’ambizione di diventare una gara a suo modo storica. Ci si ferma, per la prima volta. Di fronte alle offese razziali, di fronte all’ignoranza un segnale serve e quello di prendere le distanze e dire “io non gioco più” è l’atteggiamento giusto. Bene Kevin Prince. Una palla scagliata in tribuna non è un gesto violento come le improponibili considerazioni del signor Sindaco del Comune di Busto Arsizio vorrebbero dipingere. Palla in tribuna per dire basta senza fare male a nessuno, palla in tribuna, via la maglia e tutti negli spogliatoi. Chapeau! Giù il cappello per Boateng e per la stragrande maggioranza dei tifosi presenti a Busto che hanno salutato il rossonero e i suoi compagni con applausi di approvazione.
Decisione storica. Mai successo prima d’ora nel nostro Paese che una gara di livello professionistico venisse definitivamente sospesa per insulti razzisti. Poco importa che si trattasse di un match senza punti o interessi economici in palio. Il gesto è forte e crea un precedente. Ora però serve coerenza e unione d’intenti. Isolare e prendere le distanze come hanno fatto i tifosi veri ieri, ma anche reagire sempre e comunque. Ora non si può archiviare Busto come un episodio fine a se stesso, la strada è tracciata, se si vuole vincere la battaglia contro il cancro del calcio serve un’azione di forza. Fermarsi sempre e comunque. Partite sospese dall’arbitro appena la situzione diventa insostenibile, annullate se la sospensione non è sufficiente a zittire gli imbecilli; gara vinta a tavolino dalla squadra ospite. E ci pensassero finalmente le società a mettere alla porta gli esagitati, invece di sopportarli e, potroppo sì, in alcuni casi foraggiarli quando questo fa comodo. Basta facciata, ora coerenza.

Mirko Correggioli Twitter: Kikko_Corre