Filippo Galli
Filippo Galli

Una riflessione profonda espressa con un lungo post su Facebook da parte di Filippo Galli, che mette in discussione i metodi di insegnamento generali ai giovani che intraprendono l’avventura agonistica nel calcio:

 

“Pochi giorni fa ho partecipato a una tavola rotonda organizzata dal Settore Tecnico di Coverciano nell’ambito del Corso per Direttori Sportivi. Il Tema al centro del dibattito era la difficoltà dei giovani italiani a trovare spazio nel campionato di serie A ed il confronto, impietoso, con i pari eta’ stranieri impiegati non solo nella massima serie del loro Paese ( Germania, Spagna, Francia, Inghilterra) ma anche nel nostro Campionato.Tra le varie tabelle con numeri e percentuali mostrate una, in particolare, mi ha riportato alla mente quanto avevo visto nelle prime giornate di Campionato categoria Allievi. La squadra da me osservata ha ottenuto una vittoria ed una sconfitta giocando entrambe le partite con la volontà di comandare il gioco, affrontando due schieramenti chiusi nella propria metà campo con l’ unico intento di ripartire con un lancio lungo al primo errore di chi con una manovra articolata cercava il pertugio nel modulo difensivo avversario con lo scopo di finalizzare l azione. Sono riuscito ad avere i filmati di entrambe le partite e, grazie all’analisi video, ho rilevato che i centrocampisti delle squadre con atteggiamento, chiamiamolo, ‘di attesa’, hanno toccato un numero irrisorio di palloni.

La tabella cui accennavo mostrava che nel Campionato di serie A stagione ’13/’14 sono stati impiegati 35 di cui solo 9 italiani. Oggi quel dato, che mi aveva sorpreso, mi appare logico, normale! Come possiamo pretendere che i nostri giovani crescano e acquisiscano oltre alle capacità tecniche e tattiche, l abitudine al rischio, all’ assunzione di responsabilità che il palcoscenico della seria A richiede? La mia e’ forse una deduzione semplicistica ma sono convinto che prima ancora di discutere se, al fine di concludere il percorso formativo, i nostri ragazzi debbano giocare e fare esperienza in un campionato nelle cosiddette serie ‘minori‘ e quindi se, a tal proposito siano più funzionali le seconde squadre o le multiproprietà, sia invece arrivato il momento di chiederci se il calcio che insegniamo ai giovani sia davvero formativo e propedeutico alla loro crescita a tutto tondo o non sia fin troppo intriso di tatticismi e strategie che non permettono al talento, qualsiasi esso sia, di esprimersi”.

 

Redazione MilanLive.it