Sinisa Mihajlovic a Milanello (foto acmilan)
Sinisa Mihajlovic a Milanello (foto acmilan)

La Gazzetta dello Sport apre la sua edizione odierna con un’intervista esclusiva a Sinisa Mihajlovic, una sorta di bilancio di fine luglio da parte del tecnico del Milan; ottimo il suo approccio con l’ambiente rossonero, viste le prestazioni più che positive nella tournée cinese. Ecco le sue ampie dichiarazioni di stamattina.

 

Mihajlovic, com’è il primo bilancio di questa sua avventura al Milan?
«È positivo perché stiamo lavorando bene. Siamo ripartiti da zero cambiando giocatori, modulo, sistema di lavoro. Stiamo mettendo i tasselli giusti al posto giusto sia per quanto riguarda i concetti di gioco sia per quanto riguarda i comportamenti. Abbiamo preso la strada ideale e saremo pronti quando inizieranno le partite che contano».

C’è grande entusiasmo attorno al Milan. Questo aggiunge pressione?
«A me no. Piuttosto mi responsabilizza, ma io sono fatto così: più mi sento responsabilizzato e più tiro fuori il meglio da me stesso. Non ho paura di prendere rischi e affrontare certe sfide: io vivo per affrontarle e per vincerle».

Qual è l’obiettivo da non fallire?
«Arrivare tra i primi tre. Ma, con la squadra che abbiamo, se riusciamo a prendere ancora qualcuno possiamo fare il salto di qualità».

Qualcuno? Quanti e chi?
«Uno o due giocatori al massimo. Niente nomi…».

Contro il Real si è visto un Milan con una chiara identità. Lei spesso lascia che a gestire il lavoro tattico sia il suo collaboratore Emilio De Leo. Come mai?
«Io non ho la presunzione di saper fare ogni cosa meglio di tutti. Avere un grande staff migliora me e la squadra. Certe cose le ho imparate da c.t. e quando sono andato in giro a studiare Mourinho, Guardiola, Klopp, Wenger. Ci sono allenamenti in cui l’head coach deve essere presente e altri in cui, se ha fiducia nei collaboratori, deve lasciare spazio. Klopp aveva un vice molto bravo e mi disse: “È l’allenatore migliore del mondo, ma non potrebbe mai fare il mio lavoro”. Io voglio dare soddisfazione al mio staff e così, ad esempio, lascio tutto il lavoro atletico in mano a Bovenzi. Nel nostro gruppo ognuno sa che cosa fare e si prende le proprie responsabilità» .

A proposito di tattica, parliamo del suo Milan. Il martellamento su alcuni concetti-base in allenamento è evidente. Vuole che tutto sia meccanizzato?
«Deve esserlo. In ogni situazione i giocatori devono sapere che cosa fare. Non mi arrabbierò mai per un gol sbagliato, ma mi arrabbierò tantissimo se non faranno ciò che è concordato. Quando scendono in campo, all’80% sanno già che cosa fare, il restante 20% è adattamento all’avversario. Nei momenti di difficoltà non bisogna perdere la testa, ma seguire i propri principi di gioco. Quindi dobbiamo essere organizzati e sapere quello che vogliamo».

Ci sono alcuni principi fondamentali: i terzini alti, le rotazioni sulla trequarti con il coinvolgimento delle mezzali, una copertura equilibrata, la ricerca della profondità. È difficile mettere insieme tutto in poco tempo?
«Quando noi abbiamo la palla, i movimenti sono chiari e semplici: uno viene in appoggio al portatore, uno dà ampiezza, uno si muove tra le linee, due o tre cercano la profondità sfruttando gli spazi aperti dai movimenti dei compagni. E poi noi analizziamo la partita per vedere se tutte queste consegne sono state rispettate».

Le caratteristiche del trequartista (più o meno offensivo) saranno decise partita per partita?
«Sì, la scelta dipenderà anche dal momento di forma e dal tipo di avversari. In alcuni incontri avremo bisogno di chi può garantirci più copertura, in altri saremo più offensivi. Senza trascurare mai un altro concetto-base: i primi difensori devono essere gli attaccanti. E non è un modo di dire. Fino a metà campo le punte devono seguire gli avversari e sacrificarsi, dopo la metà campo ci pensano gli altri».

Visto che parliamo di attaccanti, il problema della coesistenza tra Bacca e Luiz Adriano non la preoccupa?
«I giocatori forti parlano la stessa lingua e si capiscono. Il problema c’è se uno è forte e l’altro è scarso, ma non è il nostro caso. E poi loro hanno compiti precisi in fase difensiva, sanno i movimenti da eseguire in avanti, ma sono anche liberi di esprimere il talento e la fantasia cercando soluzioni alternative».

Con questo sistema di incroci e rotazioni, spesso i giocatori si trovano in un ruolo diverso da quello di partenza.
«Abbiamo interscambi tra terzini e interni, le rotazioni a centrocampo, movimenti che coinvolgono tutta la squadra. I giocatori non si devono limitare a fare un ruolo, ma devono essere in grado di ricoprirli tutti se in base allo sviluppo dell’azione vengono portati lontano dalla zona abituale. E poi devono leggere le situazioni: ad esempio, se giochiamo contro una squadra che ha una punta sola, non voglio che il regista si abbassi troppo perché andremmo in inferiorità numerica in mezzo e ci allungheremmo troppo. In quel caso i centrali difensivi devono avere la personalità di uscire con la palla e avviare l’azione» .

È più difficile allenare il fisico o la testa?
«Allenare la testa. Se sistemi quella, vai bene. Altrimenti no. La cosa fondamentale è stata far tornare ai giocatori la voglia di lavorare. Chi è al Milan deve dare il massimo e uscire dal campo a testa alta: è un obbligo. Ed è facile dirlo, molto meno farlo. Quando giocavo, la mia nazionale era piena di talento ma non vincemmo nulla perché ognuno faceva quello che voleva. Poi ho capito che sbagliavamo».

È più facile capirlo dopo.
«Vero. Ma io sono qui per questo: per aiutare i giocatori a capirlo prima… Il talento non batterà mai le regole. I giusti comportamenti ti portano alla vittoria, quelli sbagliati ti portano alla sconfitta. E attenzione: questo vale prima di tutto per me. Se io pretendo rispetto e lealtà, devo essere io a darli per primo».

Senza le coppe potrà lavorare bene in settimana e individuare una formazione titolare.
«Sì. Però i giocatori devono capire che si può essere determinanti anche in dieci minuti. E naturalmente si devono allenare bene, altrimenti non giocano di sicuro. Ma questo l’hanno già capito… Finora non posso lamentarmi di nulla. Scegliere la formazione è sempre la cosa più difficile se i giocatori si allenano bene. Nessuno si deve sentire titolare e chi non gioca deve mettermi in difficoltà in allenamento o nello spezzone che gli concedo. E se vogliono parlarmi, la mia porta sarà sempre aperta per loro. Io non ho problemi, ma non guardo in faccia a nessuno».

Ha visto il calendario? Debutta a Firenze…
«Forse è meglio: di sicuro non sottovaluteremo la partita, anche se questo non accadrà mai e contro nessuno. Non faccio mai caso al calendario. Mi è successo di pensare “è un buon inizio” e poi non facevo un punto. Le prime partite sono sempre un’incognita: meglio concentrarsi sul lavoro» .

 

Redazione MilanLive.it