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Rafael Leao e Pulgar (©Getty Images)

Che Rafael Leao avesse talento non c’era dubbio. Nessuno, però, bisogna ammetterlo, si aspettava un impatto del genere. Per di più, in un contesto tattico che non lo aiuta né valorizza.

Marco Giampaolo cerca il collettivo, invece emerge il singolo. Che non è Jesus Suso, non è Krzysztof Piatek, né Calhanoglu o altri. É il ragazzino portoghese, il secondo 1999 a debuttare in Serie A con la maglia del Milan dopo Gianluigi Donnarumma, più grande di qualche mese. Sì, Leao è il più piccolo della rosa, anche più di Gigio; ed è questa probabilmente in questo momento la sua più grande forza. Anche in una delle serate più triste degli ultimi anni a San Siro.

Leao, l’unica luce a San Siro

Ma guai a pensare che sia la spensieratezza della gioventù a renderlo così incisivo. Se fosse davvero così, il Milan, la squadra più giovane di tutto il campionato, sarebbe prima e non si porterebbe dietro problemi di mentalità. Leao è forte, punto; ha qualità importanti e la personalità giusta, quella che ti permette di debuttare in un derby, la partita più importante dell’anno, e di essere il migliore in campo dei tuoi; quella che ti permette di dimostrare in pochi minuti più di quanto tanti altri non hanno fatto in molti anni. Dimostrare che non sei del Milan, ma sei da Milan.

Se giochi da tre partite di fila e sei sempre il migliore in campo, significa che di casuale non c’è nulla. Figuriamoci poi dopo un gol come quello di ieri sera. Una rete che fanno i predestinati, quelli bravi bravi. Mezza difesa della Fiorentina saltata in scioltezza, poi quel tocco morbido a mettere la palla lì dove non arriva nemmeno la luce del sole. Nel mentre, attorno a lui c’è il deserto; compagni perplessi, senza più forza, né fisica e né mentale, si chiedono cosa ci fanno lì. Lui invece lo sa bene. Fino alla fine. Non vediamo l’ora di vederlo predicare ancora, magari in una località diversa.

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